GAME OVER

 

Solo poche settimane prima la abbracciava, il suo profumo che gli entrava fino al cuore, il calore che lo scaldava tutto, quella sensazione di essere una cosa unica e inscindibile.

Non si sarebbero separati mai.

Era per tutti così, per tutti quel sogno che sembrava una favola, quei giorni senza pensieri, quei giorni che non avresti mai creduto…

E invece… invece eccoli lì.

Il camion faceva un fracasso infernale, ma cosa c’era in quel motore? Dietro nessuno pareva farci caso, le teste erano basse, uno in fronte all’altro. Seduti, schiena dritta e sconforto negli occhi…occhi stupendi, occhi che non dovrebbero vedere lacrime, ma il giorno era arrivato.

Ne avevano fantasticato spesso, ci avevano scherzato sopra, addirittura sperando che potesse realizzarsi nei momenti di euforia più sfrenata.

Certo, saremo veri uomini…ne usciremo da eroi. Ma era solo un gioco…

Il terribile spettro della realtà gli si parava davanti più nitido che mai, e gli faceva tremare le gambe…oh si, non ci sarebbe stato perdono o pietà, nessuna seconda possibilità, niente Game Over e ovvio “Giochiamo ancora!”…

Oh no…

Ora cercava l’affetto di quei giorni nel freddo e metallico oggetto che stringeva tra le mani: nero come il peggiore degli incubi, spietato e micidiale, senza il benché minimo margine d’errore…una perfetta macchina da guerra. Come si poteva non amarla?

La domanda che lui si poneva sfortunatamente non era quella, ma era molto più simile a “Come posso smettere di amarla?”.

E non si riferiva di certo a quel maledetto M16.

Alzò lo sguardo cercando quello dei compagni, i compagni di ogni giorno, i ragazzi che sognavano quel giorno. I ragazzi che non vedevano l’ora di risvegliarsi da quell’incubo…

Occhi spenti, pensieri persi chissà dove, di certo il più possibile lontano da lì. Dove avrebbero voluto essere in quel momento.

Intanto il camion non smetteva la sua corsa, il viaggio che li avrebbe portati nel punto di incursione dove la missione avrebbe avuto inizio. Dio fai che tutto vada bene. Facci riportare a casa questa maledetta pelle.

Era il pensiero che come un nastro si ripeteva nelle teste di tutti.

Come era potuto accadere? Chi? Chi era il pazzo che aveva permesso che quell’inferno immaginario prendesse vita? Nemmeno conoscevano il nemico…chi o…cosa fosse.

Il tempo se ne andava sempre più a puttane, e il cielo non lo aiutava: chi ricordava l’azzurro tappezzato qua e là da innocenti nuvole bianche? Pochi, quasi nessuno…

Trasformato in un atmosfera pressoché invivibile, un concentrato di colori messi lì quasi apposta per incutere tristezza e timori… quasi l’avessero creato artificialmente.

Aveva un senso?

Non fatelo arrivare fino a casa, no…lì no. Non ci sarebbe dovuto arrivare. Lo avrebbero fermato. Lo dovevano fermare. O così si diceva.

Persi ognuno nei propri pensieri più belli, distanti miglia e miglia da quell’autocarro scuro e maleodorante, ricevettero il colpo di grazia quando tutto si fermò: se prima non badavano all’assordante rumore del camion, ora si rendevano perfettamente conto che il motore non rombava più.

L’inizio era vicino. La fine ancor di più…

Da davanti arrivò una voce: “Tutti fuori! Tutti fuori! Via via via!”.

Aperto il portellone tutta la squadra saltò fuori andando a disporsi in posizione difensiva e di ricognizione, ancora incredula al paesaggio che lentamente gli si stava parando dinanzi.

Apocalittico era a dir poco riduttivo. Non pochi ebbero un vero e proprio blocco fisico e mentale, fermi con gli occhi sgranati e le mani tremanti a guardarsi attorno nervosi. I più veloci avevano già capito tutto.

Disgraziatamente.

L’attenzione fu improvvisamente catturata da un corpo esanime a pochi metri da loro: sulla tuta mimetica era incisa, sicuramente con un arma da taglio, una frase che bagnata dal sangue non prometteva nulla di buono:

NON NE USCIRETE VIVI.

Uno del gruppo cadde in ginocchio con il volto tra le mani, altri rimasero in silenziosa attesa a fissare quel obbrobrio. I due rimasti, da sempre migliori amici, si guardarono negli occhi, occhi in cui sembrava esserci scritto “No, questa non sarà la nostra fine.”

Occhi che non avrebbero rivisto la via di casa.